Eoni, millenni, secoli, decenni, anni, settimane, giorni, ore, minuti, secondi, momenti, attimi, istanti.

Eppure è sempre un battito, una goccia che cade sull'asfalto già bagnato.

Eppure non sappiamo con certezza neanche se effettivamente esista, come un creatore impassibile di fronte al dolore.

Nonostante ciò, scorre, dentro alla natura, attraverso lo spazio, l'energia, le nostre ossa, si insinua nell'angoscia.

Non lo notarono subito. Le civiltà, come gli uomini, si accorgono delle crepe solo quando l’eco diventa comune.

All’inizio fu una sensazione diffusa: i giorni sembravano più corti, le stagioni meno pazienti, la memoria più fragile. Non un fatto misurabile, ma percepito. E ciò che è percepito da molti, col tempo, assume una forma propria. Nacque così quella che venne chiamata la coscienza collettiva del tempo.

Non parlava con voce, ma con urgenza.

Diceva: prima c’era attesa, ora solo successione.

Diceva: gli attimi non maturano più.

I metafisici più antichi sostennero che il tempo non stesse davvero accelerando, ma che l’uomo avesse perso il ritmo giusto per attraversarlo. Come un passo che non segue più il battito del cuore. Secondo loro, il tempo è immobile, eterno, identico a se stesso; è la coscienza ad aver cambiato andatura, trascinata da un mondo che consuma istanti come legna secca.

Altri, più audaci, avanzarono un’ipotesi proibita: e se il tempo fosse sensibile?

Se reagisse allo sguardo che lo osserva, come una creatura antica stanca di essere ignorata?

Nei testi più vecchi, quelli mai letti ad alta voce, si parlava di un patto originario: finché l’uomo avrebbe dato peso agli istanti, il tempo avrebbe concesso profondità. Ma quando tutto fosse diventato rapido, superficiale, replicabile, allora il tempo avrebbe smesso di dilatarsi. Non per punizione, ma per indifferenza.

La coscienza collettiva, crescendo, iniziò a generare sogni simili in persone lontane, mai incontrate: orologi senza lancette, campane che suonavano senza vibrare, bambini che chiedevano perché ieri sembrasse un racconto altrui. Nessuno di questi segni dimostrava nulla. E proprio per questo inquietava.

E allora la frattura divenne chiara: non era il tempo a tradirci, ma noi ad averlo consegnato. Al conformismo delle giornate identiche, delle parole già pronte, dei desideri prefabbricati. Tutto uguale, tutto scorrevole, tutto innocuo. In quel livellamento silenzioso avvenne il vero furto del tempo: non quello che passa, ma quello che non pesa più; non quello che finisce, ma quello che non lascia traccia. Rubato dagli schermi che promettono presenza e offrono assenza, dai ritmi imposti che scambiano la velocità per vita, dall’idea che ogni istante valga quanto un altro e dunque nulla davvero. Resistere, allora, non significa fermare il tempo, ma restituirgli gravità: scegliere la lentezza quando tutto spinge alla corsa, la differenza quando l'uomo si uniforma, la profondità quando tutto resta a galla.

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