Il momento peggiore non è quando ti senti vuoto.

Il momento peggiore è quando ti senti vuoto in eterno. 

Una stanza senza uscite.

Solo un rumore lento ma persistente, delicato ma costante. 

Un battito che si arresta e poi riparte.

Il vizio che riaccende il mondo ma solo per poco. Tutto che si spegne di nuovo, come un piccolo fiammifero acceso in una stanza già bruciata. 

La decomposizione di un pensiero trito.

Il marcire dell'anima, silenzioso, consapevole.

La noia non arriva come un lampo luminoso.

Non c'è nulla da aspettare.

 Niente da temere.

Fuori pioveva da ore, ma non era una pioggia convinta.

Charles sedeva sulla sua poltrona come se fosse il suo trono ma anche la sua condanna. La sua penna lacerata dal tempo stentava a rigettare inchiostro.

Anche lei sembrava debole.

Il poeta la osservava, anzi, si concentrava ora su di lei ora su un preciso angolo della sua stanza, perso, come se quel punto non esistesse più. Tutto uguale, come ogni giorno. Il mondo non gli faceva male.

Peggio.

Non gli faceva nulla.

Passivo come la sua penna.

Corrotto come la sua anima.

 

Accese una sigaretta, il fumo formava figure ed ombre  indeterminate, non durature, ma pur sempre più persistenti dei suoi pensieri. Quelli erano inconsistenti, entravano e uscivano dal cervello senza un ordine né logica.

Ogni suo gesto era stato ripetuto già infinite volte, spettinato e cadenzato: si sedeva, beveva, aspettava... l'attesa però non aveva significato. 

Il fatto è che non aspettava più alcunché e forse la sua più grande colpa era questa.

Un tempo, da giovane, credeva nella caduta, nel baratro, persino nella disperazione. In quel momento, non più.

Perché la disperazione era già qualcosa.

La noia no. Lei logora anche il vuoto.

 

Si affacciò dalla finestra, un gesto quasi rivoluzionario per uno come lui.

Si concentrò, finalmente, su qualcosa, ombre di uccelli in volo. 

Charles pensò che li invidiava. 

Il perché è evidente. 

Non voleva volare come loro.

Provava gelosia perché erano qualcosa.

Anzi, non provava neanche quella. 

La sua vera condanna non era quella di soffrire ma quella di capire.

Vedere ogni cosa in modo crudo, prevedere un cataclisma prima del tempo.

Tutto ridotto a meccanismo.

Compreso se stesso.

Restò lì, immobile. 

Non sapeva che ora fosse, anche il tempo si era annoiato di esistere.

Si sedette di nuovo.

Non stava morendo.

Semplicemente osservava qualcosa.

 

Spense la sigaretta. 

Non aveva deciso qualcosa. 

Non aveva altro da aggiungere. 

 

Solo la contemplazione del suo svanire. 

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