Nei primi villaggi sorti ai margini dei fiumi, quando l'uomo imparò a coltivare la terra senza distruggerla e a custodire un fuoco che non fosse soltanto difesa ma anche casa, la guerra era un'ombra semplice, quasi inevitabile. La immagino così: un fremito tra le canne dei fiumi, un mormorio tra le capanne di fango, un richiamo che attraversa il corpo prima che lo spirito comprenda cosa stia accadendo. Non c'era retorica, non c'era gloria. Solo la volontà di non sparire. Difendere un campo, un raccolto, una famiglia significava difendere una storia. Ogni spiga portava con sé i ricordi dei padri e delle madri, e ogni gesto quotidiano era promessa di un'altra primavera.
In quei giorni remoti, la violenza non si giustificava: accadeva, come un temporale improvviso, come una carestia, come la morte stessa. Brutale. Nuda nella sua realtà. Non cercava lodi, non pretendeva giustificazioni. Forse per questo era più chiara, più comprensibile, più umana. Io la immagino spesso, mentre cammino lungo il fiume che scorre vicino alla mia città. Penso alle mani grezze che stringevano bastoni e pietre, agli occhi attenti, ai respiri trattenuti. La guerra era allora un ciclo naturale, parte della vita, non spettacolo né mito.
Col passare dei millenni, quell'ombra cambiò forma. Le prime città sorsero come promesse di eternità. Non più capanne di fango e paglia, ma torri, mura, pietre levigate al sole. La guerra cessò di essere solo sopravvivenza: divenne linguaggio, rito, simbolo. Il condottiero che guidava l'esercito non era più solo il più forte, ma mito, leggenda, capace di piegare il mondo. Le vittorie e le sconfitte si codificano, si celebrano, si raccontano: diventa eroismo e disonore, gloria e memoria. Ogni vita sacrificata ha un prezzo. Ma quelle vite hanno volti, case, nomi, storie. E io, mentre cammino tra le vie della mia città, penso che nulla di tutto ciò si possa dimenticare davvero.
Poi arrivano epoche in cui il pensiero si fa più affilato della spada. La parola diventa arma, il trattato più efficace di un assedio. Le battaglie si spostano dalle pianure alle stanze chiuse, dai campi alle mappe. La geopolitica diventa scacchiera di imperi: i popoli sono pedine, i confini caselle sacrificabili. La violenza è regolata, ingabbiata, camuffata da strategia. E io penso a quanto sia fragile l'equilibrio tra vita e morte, anche quando tutto sembra ordine e legge.
La modernità trasforma ancora le forme del conflitto. La guerra si combatte nelle economie, nei mercati, nelle informazioni. Non solo con le armi, ma con le parole, con le immagini, con i numeri. Una frase detta al momento giusto può valere più di un assedio. Una decisione presa nel silenzio di una stanza può segnare la vita di migliaia di persone. E io, seduto nella mia stanza silenziosa, osservo tutto questo come se fosse una partita su una scacchiera invisibile, sentendo la tensione come un fremito sotto pelle.
Ricordo una frase sentita anni fa, detta senza enfasi: « La guerra arriva sempre quando la gente è stanca ». Allora non la capivo. O forse non volevo capirla. Oggi la comprendo appieno. I popoli stremati chiedono pace, chiedono stabilità, chiedono di poter vivere senza paura. E chi governa sa che proprio in quel momento può utilizzare la fatica, la stanchezza, per convincere che il conflitto sia inevitabile. La storia si ripete: non perché l'uomo non possa imparare, ma perché dimentica ciò che ha imparato.
Io penso ai volti del potere e vedo una verità amara: chi comanda spesso trasforma la parola in miccia, chi si ancora a un passato imperiale, chi racconta la resistenza come unica possibilità. Cambiano i nomi, cambiano i secoli, ma la sostanza resta: la forza come ultima risposta a ciò che non si comprende. Abbiamo affinato gli strumenti, non la saggezza. Abbiamo moltiplicato i mezzi, non la capacità di scegliere.
Allora penso ai giorni di scuola, oggi, mentre cammino tra corridoi affollati, luci fredde, quaderni aperti, banchi che scricchiolano sotto il peso delle aspettative. I miei compagni ridono, parlano, si distraggono, discutono. Anche qui, tra formule, date, mappe di città lontane e citazioni storiche, c'è tensione: chi teme l'errore, chi cerca approvazione, chi costruisce alleanze improvvisate tra i banchi. Ogni interrogazione è un piccolo campo di battaglia, ogni prova un esercizio di resistenza, ogni parola o gesto misura la nostra capacità di affrontare la vita. Non è ancora finita, non è un ricordo: è presente, è qui, ogni giorno, a ricordarmi che la guerra, anche nelle forme più piccole, è sempre intorno a noi.
E io cammino tra quelle aule e quei corridoi, osservando, riflettendo, cercando di capire il filo che lega questi gesti quotidiani a quelli più grandi del mondo. La scuola diventa palestra di vita: impariamo a gestire la paura, a confrontarsi con il conflitto, a scegliere anche quando tutto sembra insignificante. È qui che capisco che la guerra non è solo lontana, nelle mappe o nei libri di storia: si annida nei gesti, nelle parole, negli sguardi.
Ma non è solo la scuola a insegnarmi. È anche la città che mi circonda: i vicoli che odorano di pane appena sfornato, il rumore dei motorini, i lampioni che tremolano quando la pioggia li attraversa, le piazze dove i ragazzi si sfidano a calcio, dove i vecchi raccontano storie di tempi lontani. Tutto qui è una forma di guerra e di pace insieme: il conflitto tra il caos e l'ordine, tra il rumore e il silenzio, tra ciò che desideriamo e ciò che possiamo avere. Camminando tra queste strade, sento che il mondo è una tensione costante, e io imparo a respirare tra le sue ombre.
Ogni guerra lascia vuoti impossibili da colmare. Non bastano leggi, trattati, conferenze. La guerra non lascia solo macerie: lascia assenze, nomi che non saranno più pronunciati attorno alle braci, storie interrotte. E io mi chiedo se l'umanità abbia davvero imparato qualcosa in migliaia di anni. Mi chiedo quanto del nostro tempo sia sprecato a ripetere cicli che sembrano inevitabili.
Ripudiare la guerra, allora, non è manifesto né grido. È gesto interiore. È scelta quotidiana. È decidere di non irrigidirsi nell'odio, di non diventare eco delle urla altrui. È ricordare che prima delle ideologie ci sono gli uomini, prima delle strategie ci sono le vite, prima delle mappe ci sono le case, i cortili, le esultanze dei bambini in un campetto da calcio. È scegliere ogni giorno di non cedere alla violenza.
Nel frastuono dei missili, degli sproloqui, delle alleanze fragili, cerco una nota diversa. Un colore resiliente. Non nei discorsi dei leader, non nei titoli dei giornali, non nelle decisioni prese nelle stanze chiuse. Ma in un gesto quotidiano, un sorriso, una parola sincera, una mano tesa. Forse è lì che nasce l'arcobaleno. Non come promessa, nemmeno come illusione, ma come flebile voce. Un bagliore inatteso tra le macerie, capace di dire senza bisogno di gridarlo che l'uomo, prima di tutto, vale più della sua guerra.
E allora apro le finestre della mia stanza e guardo il cielo notturno, le stelle, i lampi lontani di città che non visiterò mai. Penso a tutte le generazioni che hanno cercato pace e che hanno fallito, a quelle che hanno costruito, con gesti piccoli, con parole fragili, con azioni quotidiane, un mondo diverso. Penso ai bambini che giocano in cortili che ignorano le mappe dei potenti, agli anziani che ricordano guerre di cui noi leggiamo solo i libri. Penso a quanto sia fragile, ma anche potente, il gesto umano: un gesto piccolo può resistere alla storia.
Dunque resto qui, vigile. Con il silenzio, con la riflessione, con il gesto più piccolo. Con la convinzione che la pace non è un'astrazione, ma pratica quotidiana. Che prima di ogni ideologia, strategia o mossa sulla scacchiera del potere, esistono le vite, le storie, i volti degli uomini e delle donne. Non dobbiamo dimenticarlo. Mai.
Poi chiudo gli occhi. E nella mente, come in un sogno, vedo l'arcobaleno: non quello dei colori vivi, ma un arcobaleno in bianco e nero. Dove la luce e l'ombra si intrecciano, dove la guerra e la pace coesistono, dove le lacrime e i sorrisi condividono la stessa curva sottile. È fragile, evanescente, quasi invisibile. Eppure esiste. In quell'arcobaleno vedo le vite che continuano, le mani che si tendono, i bambini che ridono mentre tutto intorno vacilla. È un segnale silenzioso, che dice che anche nel più profondo dei contrasti, c'è spazio per la luce.
E io cammino tra quei colori in bianco e nero, sentendo che ogni azione, ogni parola, ogni scelta conta. Che la storia non è solo cicli di violenza, ma anche fili invisibili di resistenza, di compassione, di cura reciproca. L'arcobaleno non promette miracoli, non cancella la notte, ma ricorda che l'uomo, anche davanti al destino, può decidere di resistere, di illuminare anche un piccolo frammento del mondo.
๐ก๐ฒ๐ฌ๐ฌ๐ช๐ป๐ญ๐ธ ๐๐ฎ๐ต๐ต'๐ค๐ธ๐ถ๐ธ ๐'๐๐ป๐ถ๐ฎ
Testo che ha partecipato al concorso Sanremo Writers 2026, purtroppo senza riuscire a centrare la finale.
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