“Tutto è portare a termine e poi generare, lasciar compiersi ogni impressione e ogni germe d’un sentimento dentro di sé, nel buio, nell’indicibile, nell’inconscio irraggiungibile alla propria ragione, e attendere con profonda umiltà e pazienza l’ora del parto d’una nuova chiarezza”. Una stanza con un soffitto basso e lugubre è tutto ciò che resta: è piegata su sé stessa, come se volesse rendere segreto ciò che accade al suo interno. Le travi deformate sotto il segno degli anni, le pareti color terra e fumo, una tinta simile a quella di un essere svampito. Al centro un tavolo semplice di legno di abete consumato dalle mani ruvide di una famiglia, una delle tante affaticate da una piaga inarrestabile. Sopra al tavolo, una lampada ad olio che emana una luce incerta e timida, ma tenace quanto basta per illuminare i volti, i corpi ed un sottile vapore che prova ad innalzarsi dalle patate appena portate a tavola. La luce fioca scivola sui ferri arrugginiti e sulle pieghe della pelle, scavalca i gesti lenti di chi non può permettersi di avere fretta di vivere. Siedono in pochi, non parlano. Il silenzio costante come la nebbia d’inverno permea il loro ecosistema. Ragionevolmente si addentano i tuberi e gli si attribuiscono sapori d’altri tempi che forse non giungeranno mai. Chi può saperlo? Ognuno ha un tono, un carattere, è compagno dell’inatteso. Sotto a quel cielo di legno sgangherato, il tempo non scorre: si stratifica. Il più giovane del gruppo osserva con una maniacale attenzione le proprie mani, poggiate duramente sul piatto e comincia a paventare un’idea rivoluzionaria; la “nuova chiarezza” citata dai vecchi non è una certezza di luce, ma un destino minerale. Le sue nocche hanno assunto la curvatura dei tuberi, nodose e scure, pronte a farsi largo dove nemmeno l’aria osa arrivare. Il loro pasto è una trasfusione di profondità, incorporano la terra per evitare che la terra li divori troppo presto. L’ansia però vibra sotto la pelle del ragazzo come un picciolo pronto a cedere in autunno. A torturarlo è l’ipotesi della superficie. Immagina un “esterno” fatto di un vuoto azzurro e infinito, un luogo senza pareti dove il corpo rischierebbe di evaporare verso l’alto. Quell’orizzonte senza confini lo fa sentire infimo. Esiste ancora il sole, o è rimasta solo una macchia di luce gelida che brucia chiunque osi restare carne invece di farsi pietra?

“Madre”, chiede con un filo di voce, “c’è ancora qualcuno che cammina sopra le nostre teste?”. La vecchia non solleva lo sguardo, continua a masticare con un suono secco, simile al crollo di una roccia. “Il sopra è un’illusione della memoria, figlio mio. L’aria è una sostanza senza anima. Noi siamo qui perché siamo rimasti i soli a conservare il cuore delle cose”. Dopo pochi istanti, la lampada ad olio dà l’ultimo guizzo e si arrende. Il buio non cade minaccioso, non fa paura, è come una coperta avvolgente per i mangiatori. L’ansia del giovane smette di essere paura del vuoto e diviene febbre di scoperta, una voglia matta di conoscere ciò che è celato. A testa alta il ragazzo si alza di scatto, non cercando una via di fuga e nemmeno muovendo i muscoli del collo per guardare in alto. Un respiro, un’assimilazione della polvere, una mano poggiata su un muro decadente, radice di memorie estinte; inizia a scavare. Vuole violare il muro di quella bolla, cercare altre vene di vita nel ventre del mondo. Un atto di fede cieca, rompere la barriera, penetrare l’ignoto orizzontale. Le unghie scalfiscono la roccia, il mangiatore annega nel pensiero che la salvezza non è nella luce che muore.

Essa si nasconde nella capacità di diventare indistruttibili nell’abisso del proprio io.

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Testo finalista nell'VIII edizione del concorso letterario nazionale Filippo Sanna, vincitore del Premio Giuria Tecnica 2026 come migliore testo.

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