La casa dei nonni era rimasta chiusa per anni e, quando il ragazzo spinse la porta per entrare, ebbe la sensazione che quell'aria ristagnante avesse aspettato proprio quel momento per tornare a muoversi. L'odore del legno vecchio cosparso di polvere gli arrivò addosso come un'onda nel mare in tempesta, con una familiarità disarmante.

Era lì per svuotarla, o almeno così gli avevano detto. Doveva prendere ciò che voleva salvare, lasciando il resto in mano al destino: oggetti dimenticati che prima o poi finiscono nelle mani di qualcun altro, o peggio, spariscono senza lasciare traccia.

 

Eppure, mentre avanzava, quella richiesta gli sembrava sempre più pesante, perché ogni angolo aveva rappresentato una vita, una storia intera.

Aprì un cassetto di una mensola della cucina e trovò utensili spaiati, una tazza con il manico incrinato, un vecchio coltello che aveva visto troppi anni di utilizzo. 

Non c'era niente di prezioso, ma il giovane continuava ad osservare con gelosia, a scrutare più a lungo del necessario, come se ognuno di quegli oggetti fosse ancora testimone di un qualcosa di più.

 

Continuava a girare con una calma che era il riflesso di una volontà: quella di non riuscire ad accettare il fatto che tutto quello appartenesse ormai al passato.

"Com'è possibile?", si domandava, non trovando risposta che lo soddisfacesse.

Forse la risposta non c'era proprio.

Le sedie sgangherate erano disposte intorno al tavolo, come se qualcuno ci si dovesse sedere da un momento all'altro, come ai vecchi tempi; ma così, purtroppo per lui, non era.

L'orologio del salone era fermo chissà da quanti anni, quasi per decretare il fatto che il tempo si fosse volutamente fermato lì.

 

Trovò il coraggio di salire le scale che portavano alla camera da letto e lì trovò altro: una scatola di cartone nero come la notte, chiusa con un sottilissimo spago.

Era un involucro rudimentale, consumato agli angoli, ma proprio per questo attirò la sua attenzione.

 

La aprì e, tremante, scoprì che erano delle lettere, piegate con una cura quasi maniacale, tutte scritte con una grafia che riconobbe subito; era quella di suo nonno.

Si sedette e ne prese una tra le mani. La carta era leggermente ingiallita, ma le parole erano ancora perfettamente leggibili. Il nonno raccontava la sua giornata, parlava del lavoro, delle stagioni che cambiavano, della fatica che a volte sembrava non portare da nessuna parte.

Non c'era scritto niente di eroico, niente di trascendentale, soltanto pensieri passeggeri, buttati fuori con la rarità della sincerità.

Continuando a leggere, il ragazzo si accorse di una cosa curiosa: ogni lettera terminava con alcune frasi rivolte a qualcuno che non veniva mai nominato. Non c’erano indirizzi né destinatari, eppure quelle parole sembravano scritte per essere lette da qualcuno che forse un giorno sarebbe arrivato.

 

Quella scoperta lo spinse ad aprire altre lettere, e poi altre ancora. Pagina dopo pagina iniziò a capire che suo nonno non stava scrivendo a una persona precisa, ma al futuro stesso. Era come se avesse deciso di affidare i suoi pensieri a qualcuno che ancora non esisteva, nella speranza che prima o poi quelle parole trovassero un lettore.

Il ragazzo non poté fare a meno di sentire una strana vicinanza con quelle righe, perché dentro quelle pagine c’erano molte delle stesse domande che tormentavano anche lui: la paura di non trovare il proprio posto, il dubbio che gli sforzi di ogni giorno possano essere inutili, la terribile consapevolezza che tutto ciò che si costruisce è destinato a dissolversi nel tempo.

 

L’ultima lettera era più breve delle altre e la scrittura appariva meno sicura, come se fosse stata tracciata con una mano ormai stanca. Non conteneva racconti né descrizioni, ma solo poche frasi che sembravano voler arrivare dritte al punto.

 

Il nonno diceva di non sapere chi, un giorno, avrebbe letto quelle parole, né quale vita avrebbe avuto quella persona, ma aggiungeva che il semplice fatto che qualcuno fosse arrivato fino a quel momento, rappresentava già una risposta sufficiente a molte delle sue domande. Secondo lui ogni generazione attraversa le proprie difficoltà con un unico grande scopo: lasciare qualcosa di buono a chi verrà dopo, anche se si tratta soltanto di un piccolo miglioramento rispetto al mondo ricevuto.

 

Il ragazzo, terminata la lettura, rimase seduto nel silenzio di quella stanza, mentre la luce di un tramonto infuocato sembrava riaccendere quella storia ormai defunta.

Capì in quel momento che forse la ricerca di un significato immediato fosse superflua, perché la vita, spesso, sembra più una staffetta che una risposta definitiva.

 

Chi c'era stato prima di lui non sapeva chi sarebbe venuto dopo, eppure aveva speso la propria vita propenso verso la creazione di qualcosa di meglio. 

Non era una grande rivelazione, nemmeno la soluzione ai suoi problemi, era il necessario per fargli comprendere che il filo della storia non si è mai spezzato, e che anche lui, prima o poi, arrancando, avrebbe avuto l'onere e l'onore di portarlo un pezzettino più avanti.

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